Home Restaurant, Antitrust boccia normativa alla Camera, bizzarie di uno Stato che non sa cosa fare con la Sharing Economy

agostino-ingenito“Il recente parere emesso dall’Antitrust, che boccia la norma già approvata alla Camera, in attesa dell’esame del Senato – che fissa diversi paletti per l’attività dei ristoranti domestici tra cui il tetto massimo imposto al numero di coperti (500) e di proventi (5.000 euro) che un ristoratore amatoriale può realizzare nell’anno – è alquanto irragionevole.Il pronunciamento, in tal senso, del Garante per la Concorrenza sul disegno di legge relativo alla disciplina sulla ristorazione domestica non mira a promuovere la leale concorrenza, bensì difende le condizioni che creano, di fatto, una concorrenza sleale ed indebita ai danni delle strutture professionali. Vogliamo ribadire che il rispetto o meno delle regole cui sono sottoposti gli operatori economici è uno degli elementi che più qualificano il funzionamento dell’economia e ne determinano le capacità di sviluppo. Si tratta di numerose e severe norme che regolamentano le attività della ristorazione tradizionale ma che non riguardano l’attività di un home restaurant, che non conosce limiti all’accesso, non deve formalmente rispettare norme in tema di requisiti professionali, di dotazioni strutturali, né la disciplina in materia di alimenti, non è assoggettata ai controlli degli Ispettorati del lavoro, non versa contributi previdenziali per il lavoro autonomo né per i dipendenti, diffonde musica d’ambiente senza versare diritti ad alcun Ente.
In questa direzione, ci sembra invece ragionevole l’adozione di uno strumento analogo a quello proposto con la tassa “Airbnb” sugli affitti brevi turistici, che il Governo pensa di reintrodurre con la manovrina, e che prevede l’applicazione di una cedolare secca al 21% con ritenuta operata dall’intermediario. Una modalità per competere, lealmente, sul mercato con chi organizza la propria attività secondo precisi dettami normativi, versando all’erario la propria parte di contribuzione, secondo canoni di proporzionalità, come vuole la Costituzione.
Se, invece, per l’Antitrust la sharing economy deve essere regolata ‘in maniera leggera’, nel rispetto delle raccomandazioni europee e se le restrizioni imposte, e già approvate in un ramo del Parlamento, sono del tutto ingiustificate, allora chiediamo di rivedere l’intera regolamentazione del settore, per porre fine ad una schizofrenia normativa che, da una parte impone mercati ed imprese sottoposte a un eccesso di carico regolatorio, e dall’altra garantisce la totale deregolamentazione dell’attività imprenditoriale”.

Sharing Economy nel turismo, Unione Europea ambigua su presunti liberismi e tutela consumatori mentre rafforza lobby internazionali

Bruxelles prende posizione a favore della sharing economy con un documento che dice no ai protezionismi corporativi. “Le piattaforme” dice il testo “non dovrebbero essere obbligate a chiedere autorizzazioni o licenze quando si limitano a essere intermediari tra il consumatore e chi offre il servizio”, e non si può imporre il divieto totale alle attività di sharing “se la ragione è proteggere i modelli di business esistenti”. La Commissione Europea, mette perciò in guardia contro ostacoli e barriere in un settore, rappresentato da Uber, Airbnb e BlaBlaCar, considerato “piccolo, ma in rapida crescita” e che nel 2015 ha generato redditi lordi complessivi pari a 28 miliardi di euro. Spazio dunque alle nuove iniziative di mercato, in base alla legge dell’economia secondo la quale è la domanda a determinare l’offerta. “Spetta ai consumatori decidere quale servizio sia il migliore” ha dichiarato Jyrki Katainen, commissario europeo alla Crescita. In nome di un mercato unico, dice ancora la comunicazione della Commissione Europea, “serve un approccio omogeneo” alle nuove realtà imprenditoriali, in modo da evitare 28 sistemi normativi degli stessi fenomeni. “Il nostro ruolo” ha spiegato la responsabile UE per l’Industria, Elzbieta Bienkowska, “è di incoraggiare un contesto normativo che permetta ai nuovi modelli imprenditoriali di svilupparsi”. Bruxelles invita quindi gli Stati dell’Unione a rivedere le proprie normative nazionali a favore delle piattaforme di sharing, a patto che queste rispettino le regole sull’imposizione fiscale, quelle per la tutela dei consumatori e quelle relative alle condizioni di lavoro. Ma é proprio in queste ultime parole che si evidenzia la contraddizione in termini. L’Unione Europea non può evocare una tutela al consumatore sbandierando un neo liberismo di facciata e difatti genuflettendosi ad un sistema di piattaforme incontrollate invocando libertà di mercato e senza tener conto delle effettive tutele per il consumatore che seppur libero di utilizzare piattaforme, in realtà poco sa del l’effettiva rispondenza di sud ti promosso su siti internet che dipendono sempre più da soggetti internazionali che agiscono in forma di monopolio. Difficile immaginare quella tutela del consumatore tanto evocata quando ad esempio é possibile inventarsi un b&b del tutto fasullo o pubblicizzare strutture ricettive che non garantiscono servizi ed offerte pure pubblicizzate da portali che non utilizzino alcun filtro di verifica qualità se non alcuni relativi a recensioni online gestite spesso con azioni tutt’altro che lecite. Chi controlla? Quali parametri? Come garantire il viaggiatore da vacanza rovinata se le strutture ricettive non rispettino requisiti minimi di vivibilità ? E come dovranno regolarsi gli Stati e gli enti locali di secondo livello e chi decide cosa é integrazione del reddito da un reddito vero e proprio e in che modo é tracciato e verificato? Non vorrei dunque che si spacci per neoliberismo ciò che in realtà appare solo totale resa ai potenti monopoli internazionali e lobby che a Bruxelles sembrano avere sempre più porte spalancate e totale dominio a scapito dei cittadini e di imprenditori onesti vessati da fiscalità variegate e privi di qualsivoglia tutela. Questa UE non mi convince ed esporró questa riflessione ai nostri europarlamentari sperando di trovarli almeno..