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“Dalla smaterializzazione della moneta alla monetizzazione dell’esistenza”, ecco il mio editoriale

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Dalla smaterializzazione della moneta alla monetizzazione dell’esistenza . Editoriale di Agostino Ingenito

Forse uno dei paradossi più interessanti del nostro tempo è che mentre la moneta diventa sempre meno materiale, il suo potere sulla nostra esistenza diventa sempre più concreto. Abbiamo quasi smesso di toccarla. Non passa più necessariamente dalle nostre mani, non occupa spazio nelle tasche, non ha bisogno di essere rappresentata da una banconota o da una moneta metallica. È diventata una cifra su uno schermo, un impulso elettronico, una registrazione contabile. Eppure continuiamo ad attribuirle valore. Anzi, organizziamo intorno a quel valore una parte crescente della nostra vita.

È proprio questa apparente contraddizione a riportarmi ad alcune riflessioni di Giacinto Auriti, il giurista e docente universitario che dedicò buona parte della propria ricerca al concetto di valore e alla natura giuridica della moneta. Si può essere d’accordo o meno con le conclusioni della sua teoria monetaria, e molte di esse sono state fortemente contestate sul piano economico, ma resta interessante la domanda filosofica che pose alla base del suo ragionamento: da dove nasce il valore?

Per Auriti la moneta acquista valore non semplicemente perché qualcuno la produce materialmente o la emette, ma perché una comunità la riconosce e l’accetta come strumento dello scambio. Nella sua teoria del “valore indotto” arrivava a sostenere che la convenzione sociale producesse non soltanto la misura del valore, ma anche il valore della misura, cioè il potere d’acquisto.

Ed è proprio questo concetto di convenzione che oggi mi sembra andare molto oltre il problema monetario.

Una banconota, privata della fiducia della comunità che la utilizza, torna ad essere carta. Un numero registrato in un conto corrente possiede valore perché esiste un sistema economico, giuridico e sociale disposto a riconoscerlo. Lo stesso oro, considerato per secoli l’emblema del valore materiale, vale anche perché generazioni di uomini hanno convenuto di attribuirgli rarità, desiderabilità e funzione di riserva. Il valore, dunque, non vive soltanto nelle cose: vive soprattutto nella relazione tra gli uomini e le cose.

Qui la riflessione economica diventa inevitabilmente filosofica.

Georg Simmel aveva intuito quanto il denaro avrebbe modificato non soltanto l’economia, ma le relazioni umane, trasformandosi nel grande mediatore della modernità. Nietzsche ci aveva insegnato, da tutt’altra prospettiva, a interrogarci sulla genealogia dei valori, ricordandoci che ciò che una società considera vero, importante, morale o desiderabile non nasce nel vuoto. Heidegger avrebbe poi posto un’altra inquietudine: il rischio che la tecnica finisca per trasformare il mondo intero, uomo compreso, in qualcosa di disponibile, misurabile e utilizzabile.

Ed è forse qui che il nostro presente diventa particolarmente interessante.

Perché oggi non stiamo assistendo soltanto alla smaterializzazione della moneta. Stiamo assistendo alla progressiva monetizzazione dell’esistenza.

Hanno valore economico i nostri dati. Hanno valore le nostre preferenze. Hanno valore i nostri spostamenti, le ricerche che facciamo, le immagini che guardiamo, il tempo trascorso davanti a uno schermo, le nostre abitudini di consumo. Persino l’attenzione è diventata una delle merci più contese dell’economia contemporanea. Le grandi piattaforme non hanno bisogno soltanto del nostro denaro: hanno bisogno del nostro tempo, delle nostre informazioni e della capacità di prevedere i nostri comportamenti.

L’intelligenza artificiale porta questa trasformazione ancora più avanti. Enormi quantità di informazioni, esperienze e conoscenze umane diventano dati elaborabili; il sapere viene trasformato in capacità computazionale e questa capacità produce a sua volta nuovo valore economico. Non è necessariamente un processo negativo: può generare straordinarie opportunità. Ma ci obbliga a porci una domanda che non è più soltanto tecnologica: chi stabilisce il valore di ciò che produciamo, e soprattutto chi ne diventa proprietario?

La domanda diventa ancora più importante se osserviamo ciò che sta accadendo nel mondo.

L’ordine internazionale costruito negli ultimi decenni sta attraversando una trasformazione profonda. Guerre, protezionismo, dazi, controllo delle materie prime, energia, semiconduttori, tecnologie strategiche, valute e catene di approvvigionamento sono diventati strumenti della competizione geopolitica. Il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum parla esplicitamente di una nuova “age of competition” e indica la contrapposizione geoeconomica come il principale rischio globale immediato. Il 68% degli esperti consultati prevede inoltre, nel prossimo decennio, un ordine mondiale “multipolare o frammentato”.

Questo significa che non sta cambiando soltanto la distribuzione della potenza. Potrebbero cambiare anche le convenzioni attraverso le quali attribuiamo valore.

Per decenni abbiamo considerato quasi naturali alcune regole dell’economia globale: determinate valute di riferimento, determinati mercati, determinate istituzioni, determinate gerarchie finanziarie e persino un determinato modello di globalizzazione. Ma niente di tutto questo è naturale. Sono costruzioni storiche. Funzionano finché esiste una comunità sufficientemente ampia disposta a riconoscerle.

Ed ecco perché la riflessione di Auriti, depurata dalle controversie che hanno accompagnato le sue proposte monetarie, conserva secondo me una provocazione intellettuale interessante: il valore esiste perché qualcuno lo riconosce.

Ma se questo è vero, allora il problema fondamentale del futuro non sarà soltanto chi possiederà più ricchezza. Sarà chi avrà la capacità di determinare ciò che una società deve considerare ricchezza.

Chi controllerà le infrastrutture digitali? Chi stabilirà il valore dei dati? Chi governerà gli algoritmi attraverso i quali vengono orientati consumi, informazioni e comportamenti? Chi determinerà le nuove convenzioni monetarie e finanziarie? E soprattutto: quale spazio resterà alla persona dentro sistemi sempre più capaci di trasformare ogni comportamento in informazione e ogni informazione in valore economico?

Sono domande che riguardano la libertà prima ancora che l’economia.

Perché ogni sistema di valori contiene inevitabilmente un sistema di potere. Chi riesce a convincere una comunità che qualcosa possiede valore dispone di una forza enorme. Vale per la moneta, ma vale anche per i beni, per la reputazione, per l’informazione, per la politica e persino per le idee.

Ed è forse questo il punto sul quale dovremmo fermarci.

Abbiamo costruito una civiltà straordinariamente capace di stabilire quanto costa una cosa, ma molto meno capace di interrogarsi su quanto vale.

Prezzo e valore non sono la stessa cosa.

Una casa ha un prezzo, ma l’idea di casa possiede un valore diverso per chi vi ha trascorso la propria vita. Un’ora di lavoro ha un prezzo, ma un’ora trascorsa con una persona amata può avere un valore incalcolabile. Un bosco può essere valutato economicamente per il legname che contiene, ma il suo valore ambientale, paesaggistico e umano supera inevitabilmente quella cifra. Persino la conoscenza può essere trasformata in prodotto, ma il valore dell’educazione di una generazione non può essere racchiuso interamente in un bilancio.

Forse la vera questione del nostro tempo è proprio questa.

Mentre tutto diventa misurabile, dobbiamo evitare di convincerci che tutto possa essere ridotto a misura.

Mentre tutto può essere trasformato in dato, dobbiamo ricordare che l’uomo non è soltanto un insieme di dati.

Mentre quasi tutto può acquistare un prezzo, dobbiamo continuare a difendere ciò che possiede valore proprio perché non ha prezzo.

Se il nuovo ordine mondiale sarà davvero più competitivo, multipolare, tecnologico e frammentato, la sfida non sarà soltanto conquistare nuovi mercati o inventare nuove monete. Sarà decidere quali valori dovranno sopravvivere alle trasformazioni che stiamo vivendo.

Perché alla fine la moneta, materiale o digitale che sia, rimane uno strumento. La tecnologia rimane uno strumento. L’economia stessa dovrebbe rimanere uno strumento.

Il fine dovrebbe continuare ad essere l’uomo.

E forse è proprio qui che una vecchia domanda sul valore della moneta diventa una domanda molto più grande sul nostro futuro: in un mondo nel quale saremo capaci di attribuire un prezzo quasi a tutto, saremo ancora capaci di riconoscere il valore delle cose che non potranno mai essere comprate?

Ho inserito in questo editoriale un’immagine emblematica: “La parabola dei ciechi” del pittore  Pieter Brueghel

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