La rigenerazione urbana in Italia può valere 660 miliardi di euro di investimenti nei prossimi 25 anni, con ricadute economiche di indotto pari a 1.900 miliardi di euro, un gettito fiscale di oltre 135 miliardi e 100.000 nuovi posti di lavoro, tutto entro il 2050. Questo perché sarà necessario valorizzare i cosiddetti vuoti urbani, 320 milioni di metri quadri dislocati nella penisola – lo chiarisce bene la Zuccolo in un articolo di Re Quadro
Solo nelle 14 città metropolitane questi vuoti sono stimati in 11,4 milioni di metri quadri potenzialmente rigenerabili, con un valore aggiunto di 54,65 miliardi di euro, 51,25 miliardi di impatto diretto e 55,2 miliardi di ricadute sociali.
I dati di Scenari Immobiliari mostrano il valore economico e fanno intuire quanto ci sia ancora da fare, anche alla luce del tema del consumo di suolo, quindi della riqualificazione di aree brownfield piuttosto che greenfield, visto che il 56% di tale consumo è ricondotto ai nuovi cantieri (Dati Legambiente).
Posti quindi il valore e la bontà degli investimenti, nella rigenerazione i potenziali benefici economici si muovono a cascata con quelli sociali, ecco perché si può cominciare da una lettura di quelli che arrivano dal residenziale.
Secondo l’Osservatorio riqualificazione energetica di Humans&Data su dati proprietari di Harley & Dikkinson, tra il 2020 e il 2025 l’Italia ha aumentato le riqualificazioni immobiliari, ovviamente sostenute dagli incentivi fiscali del Superbonus, sconto in fattura e cessione del credito, terminati alla fine dell’anno scorso.
In sostanza, secondo l’analisi, il settore edilizio italiano che è stato analizzato ha registrato un salto medio di 4,5 classi energetiche per regione del patrimonio residenziale. Non poco. Lo studio ha analizzato circa 2.200 interventi in Italia che hanno garantito un salto minimo di due classi energetiche secondo l’APE. In totale sono stati riqualificati 2,4 milioni di metri quadri e questo ha portato a un risparmio di CO₂ di 25,16 kg per metro quadro all’anno e ha generato un risparmio economico medio stimato di 12,1 euro al metro quadro. Il tutto, in un contesto in cui il 70 per cento degli edifici residenziali italiani è ancora nelle tre classi peggiori, E, F e G.
In cinque anni si è verificato a conti fatti uno slancio che dovrebbe continuare anche alla luce degli obiettivi europei, con la direttiva Case Green chiede di ridurre il consumo di energia degli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035.
Lato consumi, che è poi la cartina di tornasole per chi si impegna a fare una riqualificazione energetica della propria casa, il risparmio in bolletta può arrivare fino a 1.800 euro all’anno. Anche qui è bene dare il contesto, perché quasi il 10 per cento delle famiglie italiane si trova in condizione di povertà energetica, ovvero senza accesso ai servizi energetici essenziali per una vita e una salute dignitose. Questo accade quando la spesa energetica è sproporzionata rispetto al reddito.
L’effetto cascata vede quindi il tema della riqualificazione energetica incrociarsi con quello della vivibilità e la sicurezza delle città.
Uno dei nodi centrali emersi in una recente discussione pubblica, in occasione della presentazione del progetto di riqualificazione delle ex officine Romanazzi, nel Lazio,continua a riguardare il quadro normativo e il ruolo delle istituzioni nel favorire interventi di recupero delle aree dismesse. Dal confronto tra Parlamento, Regioni e amministrazioni locali è emersa l’esigenza di un maggiore coordinamento multilivello e di processi più snelli, capaci di rendere attrattivi gli investimenti sostenibili senza rinunciare al presidio dell’interesse pubblico.
A tal riguardo un buon testo di normativa regionale è quella del Lazio, la LR 12/2025 che segna una svolta nel governo della rigenerazione urbana nel Lazio. Il consiglio regionale ha inteso includere includere anche gli edifici condonati non per premiare l’abusivismo, ma per restituire sicurezza, qualità e dignità a parti di città degradate. La legge semplifica le procedure, riduce i tempi autorizzativi, rafforza il ruolo dei Comuni e introduce strumenti concreti come delocalizzazioni, premialità edilizie e programmi integrati. La Regione assume così un ruolo chiaro di indirizzo e garanzia, per trasformare la rigenerazione urbana in una politica pubblica al servizio dell’interesse generale
La rigenerazione di grandi complessi come le caserme o i poli industriali e aree dismesse come nel caso di quelle della Campania e per quanto riguarda l’Agro Nocerino, il caso emblematico delle ex McM di Angri, devono poter essere caratterizzate da destinazioni miste, dove trovano spazio progetti di social housing, anche di senior housing. E, ancora, spazi di aggregazione e socializzazione, servizi per chi abita e, che sono ormai parte del nuovo abitare.
Che la rigenerazione urbana sia qualcosa di necessario per l’Italia è risaputo. Che possa generare un indotto diretto e indiretto cospicuo lo dicono i numeri. Che possa proseguire coinvolgendo le città, gli hinterland, le periferie e anche i centri più piccoli è l’augurio, perché il valore creato vada oltre lo spazio e coinvolga chi lo vive in ogni parte del paese.