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“L’esistenzialismo positivo” del filosofo Nicola Abbagnano, ecco il mio editoriale a 124 anni dalla nascita

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Nel panorama della filosofia contemporanea italiana, Nicola Abbagnano (1901-1990) emerge come uno dei pensatori più originali e coraggiosi del Novecento. Contro il pessimismo dominante in molta parte dell’esistenzialismo europeo, Abbagnano elabora una proposta alternativa, che egli stesso definisce “esistenzialismo positivo”. La sua posizione si rivela una delle più rilevanti risposte filosofiche al dramma dell’esistenza umana nel secolo delle guerre e delle ideologie totalizzanti. In questo contributo si intende analizzare il nucleo teorico dell’esistenzialismo positivo, il suo ruolo nella filosofia novecentesca e il possibile confronto con una delle figure più significative del pensiero poetico-filosofico italiano: Giacomo Leopardi.
In un’epoca segnata da crisi globali e nuove forme di smarrimento esistenziale, il pensiero di Abbagnano torna a offrire strumenti preziosi per orientarsi tra le sfide della libertà.
Abbagnano si oppone esplicitamente all’esistenzialismo negativo di Heidegger e Sartre, accusati di aver trasformato l’esistenza in un “dramma senza uscita”. Per Abbagnano, l’esistenza non è condanna o naufragio, ma “possibilità aperta”, seppure entro limiti storici e concreti. Come scrive ne La struttura dell’esistenza (1939):”La libertà umana non è illimitata, ma condizionata dalla situazione. Ciò non toglie che essa sia reale e responsabile.”
Questa posizione trova ulteriore sistemazione in Possibilità e libertà (1956) e Progetto e destino (1958), dove l’autore insiste sulla razionalità della scelta, sull’importanza dell’impegno etico e sull’interazione con le scienze umane. La sua è una filosofia della progettualità, contrapposta alla paralisi esistenziale.
Come evidenzia Norberto Bobbio:”Abbagnano è stato il primo in Italia a restituire alla filosofia il diritto di occuparsi della realtà senza indulgere all’astratto o all’ineffabile.” (Profilo ideologico del Novecento, 1993)
Abbagnano si distingue per una filosofia “laica”, dialogante con la scienza, la sociologia, la psicologia, anticipando approcci interdisciplinari oggi comuni. Si pone a metà tra la tradizione idealista italiana (Croce, Gentile) e la fenomenologia europea. La sua “Storia della filosofia” è ancora oggi un punto di riferimento per chiarezza e struttura sistematica.
Lontano dalle derive metafisiche, Abbagnano scrive in Introduzione all’esistenzialismo (1942):
“La filosofia non è consolazione, ma orientamento. Non deve salvare l’uomo, ma aiutarlo a scegliere.”
Ben prima della sistematizzazione dell’esistenzialismo, Giacomo Leopardi (1798-1837) aveva colto, nella sua poesia e nei suoi scritti, l’essenza drammatica della condizione umana. Il pensiero leopardiano, spesso liquidato come puramente pessimistico, si rivela invece profondamente esistenziale: l’uomo è consapevole della propria infelicità, ma proprio in questa consapevolezza trova la forza di resistere.
Come scrive ne Lo Zibaldone:
“La vita dell’uomo è guerra all’infinito. Ma se tutti gli uomini si unissero in società di patimento, troverebbero forza nella solidarietà.”
In questa intuizione si può scorgere un’affinità con Abbagnano, che vede nella solidarietà, nella responsabilità e nella progettualità i cardini della libertà umana. Entrambi rifiutano illusioni consolatorie, ma mentre Leopardi si muove nella dimensione poetica della disillusione, Abbagnano propone una razionalità operante, pratica e storica.
Come osserva Luigi Pareyson:
“Abbagnano ha restituito alla filosofia quella dimensione etica e concreta che già Leopardi aveva intuito sul piano della poesia e della civiltà.” (Filosofia e verità, 1971)
L’esistenzialismo positivo di Nicola Abbagnano rappresenta una via originale nella riflessione sulla condizione umana. Contro il nichilismo e il dogmatismo, egli propone un pensiero aperto, laico e costruttivo. In dialogo ideale con la sensibilità leopardiana, la sua filosofia è un invito alla speranza razionale, all’impegno concreto e alla libertà responsabile.

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